DOLORANTE
LIBERTÀ
Satira
e paura della morte nella mancanza di limiti.
Ogni
uomo nella culla
succia
e sbava il suo dito,
ogni
uomo seppellito
è
il cane del suo nulla.
- G.
D'Annunzio, Qui Giacciono i Miei Cani
Mainagioia. Nihilist Memes.
Legioni di lapidarie proposizioni in lowercase - i want to die, i
don't care about anything, i'll just get high and hope i'll never wake up, who
cares we're all atomic constructs anyway...
Questo
il panorama della comunicazione sociale contemporanea: un'iperreale valle
dell'Erebo risonante di patetici lamentii, un palinsesto di reificato
pessimismo, un continuo schioccare d'autoflagellazioni affannosamente
apotropaiche. Incorporee turbe di truci efebi esprimono continuamente la loro
sofferenza rimbalzandosi maneggevoli sintagmi di dolore, condividendo unità
minime di nichilismo in un inseguimento verso la massima disaffezione
esternabile.
S'intuisce
lo scopo di questi primevi riti, seppur declinati secondo società e zeitgeist,
se ne vede la forma di terrificata preghiera a quel Dio idiota e cieco che è il
Caso: "ti scongiuro, non colpirmi, non me, non ora! Ho già sofferto
abbastanza, te ne rendo qui sacrificale testimonianza". È un fatalismo
riappropriato che maschera l'onnipresente paura dell'ignoto e della sua ultima
umana frontiera, la morte.
Ognuno
modella il proprio supplizio, ché se lo si lasciasse ad altri si potrebbe
soffrire davvero: disonore ed esilio a colui che riversa negatività sul
prossimo, a meno che non lo si faccia verso estranee schiere senza nome. Che le
torme migranti siano ingoiate dai flutti ma che ci sia comprensione verso il
calunniato camerata; che tutti i nostalgici vengano antimeridianamente appesi
ma che sia ostracizzato chi parla di zecche.
Dolore
e critica, due volti dello stesso Dio, sono stati commodificati e trasfigurati,
sono diventati un simulacro da vedere – e che visione, in preda all'estasi del
continuo consumo! – come privato e intoccabile, rigorosamente autocratico; lo si
spaccia per autocritico, finanche autoironico; con un più obliquo commentare,
ci si potrebbe limitare ad autoerotico. Ma già questo sarebbe troppo da dire,
uno spingersi nella cattiva satira.
Cattiva
perché dolorosa, perché attenta all'ossessiva sovranità che si è costruita sul
binomio dolore e terrore; cattiva perché invade e sottrae, s'inserisce
caoticamente nell'apollinea costruzione onirica che si sostituisce alla realtà;
la satira – ma anche il quotidiano, autentico parlare – è, costitutivamente, atto
anarchico ed eversivo, uno sbudellare bei contenitori per rivelarne ascose e
fetenti frattaglie; va da sé che tutta la satira, per essere tale, dev'essere
cattiva.
Nel
fare satira bisogna andare contro, sempre. Bisogna entrare in conflitto con
ogni altra posizione, ogni compiuta narrativa; esistere per resistere a ogni
certezza, schernendo e incrinando ciò che pare chiuso e compiuto. Ogni sguardo
è in qualche modo cieco e la satira, atto sacralmente violento, si configura
come un'eteropsia che permette di vedersi, torrenzialmente, in migliaia di
sguardi diversi.
Le
mura che racchiudevano – proteggevano, forse – un nostro essere si sgretolano
nella derisione generale e, all'aperto, si soffre perché improvvisamente
gettati nell'ignoto e quindi alla morte. Non sopravvive alcun punto cieco,
tutto è visibile nella brutale orizzontalità cui siamo ora costretti; ogni
verticale imposizione di prospettiva (e potere) viene e verrà ridotta in
polvere da quello stesso umano coro di guastatori che ora ci circonda. Liberi,
infine, da noi stessi; liberati, più esattamente, e coercitivamente.
Liberazione
multiforme, di non scontata dolcezza: si può essere fatti evadere con
elaborato, arzigogolato assurdismo anglosassone, con truculenta e grezza mannaia
di vignettaio, con coprolalico attentato contro il buoncostume; l'unica
certezza è d'essere liberati.
Si
vive in un mondo sempre più connesso e costruito sulla narrazione, dove la
libertà di parola si costituisce come obbligo d'opinione; nessun idolo può
sfuggire alla dissacrazione, nessun uomo, per quanto si consideri isola, può
scampare alla petulante e critica colonizzazione dei suoi pari. Tentare di
porre limiti alla parola altrui, far coincidere i confini del dire con
l'estensione del proprio potersi offendere; sono solo esercizi in ansia
reazionaria.
Bisogna
farsi prendere dal panico, collaborare all'erosione delle proprie certezze in
quanto principi certi et inconcussi del nostro esistere: si verrà
comunque, senza riguardo alla nostra volontà, investiti dalla loro inevitabile
marea. Lasciare che di dogmi siano fatte opinioni, che la luce, per quanto
inclemente, investa ogni luogo; ma ricordare, soprattutto, che quanto ci viene
fatto possiamo farlo a nostra volta.
Da
irrisi a derisori, da ortodossi in disgrazia a eresiarchi parvenus: anche la
satira è da distruggere, prima che si fossilizzi in arabeschi autoillusori
come quelli che ha abbattuto. Allora, alle armi, alle argomentazioni cogenti,
ai bons mots dissacranti, alle bestemmie più becere! Nella pianura del dolore cui
siamo tornati partecipare tutti al gioco, sorridendo all'Ignoto, rendendo
giocoso encomio al Fatal tiranno: though I walk through the valley of the
shadow of Death, I fear no evil – for you are with me.